A Bordighera una donna senza laurea in Medicina ha lavorato nel reparto di Medicina e al punto di primo intervento del Saint Charles. Tra i casi affrontati anche quello di un uomo colpito da infarto. Le motivazioni della sentenza riaccendono l’attenzione sui controlli dei titoli professionali in ambito sanitario.
Senza laurea, ha lavorato in ospedale per diverse settimane
Ha visitato e trattato oltre 160 pazienti, aggiornato cartelle cliniche e terapie farmacologiche e redatto referti medici. Tutto questo senza essere laureata in Medicina. È il caso di Enrica Massone, 59 anni, originaria di Torino, condannata in primo grado dal Tribunale di Imperia a tre anni di reclusione e a una multa di 15 mila euro per aver esercitato abusivamente la professione medica all’ospedale Saint Charles di Bordighera, in provincia di Imperia.
La vicenda risale all’estate del 2023, quando la donna riuscì a ottenere incarichi nel reparto di Medicina e al punto di primo intervento della struttura. Le motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi e riportate dalla stampa, ricostruiscono le attività svolte e le circostanze che hanno consentito alla falsa dottoressa di operare per diverse settimane in corsia. La condanna riguarda i reati di esercizio abusivo della professione, truffa e falso ideologico in atto pubblico.

Dalla gestione delle visite a un paziente colpito da infarto
Tra gli episodi ricostruiti in sede giudiziaria figura anche la presa in carico di un uomo colpito da infarto e arrivato al punto di primo intervento in codice rosso. Secondo quanto riportato nelle motivazioni, la donna sottopose il paziente a diversi esami, gli somministrò farmaci e dispose il trasferimento in un altro presidio ospedaliero.
Un caso che evidenzia la gravità della situazione: chi si rivolge a una struttura sanitaria deve poter contare su personale dotato delle competenze e delle abilitazioni richieste, soprattutto quando si tratta di emergenze nelle quali la tempestività e la correttezza delle decisioni cliniche possono essere determinanti.
Secondo il giudice, il fatto che la donna si basasse talvolta sulle valutazioni effettuate durante il triage o chiedesse aiuto ad altri medici nei casi più complessi non rende meno grave la condotta. Nelle motivazioni viene inoltre evidenziato che, per una fortuita casualità, non sono stati riscontrati danni alla salute dei pazienti riconducibili al suo operato.
Il curriculum falso e le verifiche mancate
Per ottenere gli incarichi, Massone aveva risposto a un annuncio pubblicato sulla piattaforma Indeed, dichiarando di essere laureata in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e di aver conseguito una specializzazione in Medicina interna. Aveva inoltre dichiarato di essere iscritta all’Ordine dei medici. Informazioni risultate false nel corso degli accertamenti.
La donna era stata reclutata attraverso società che fornivano personale sanitario alla struttura. Il caso era emerso nell’ottobre 2023, quando furono avviate le indagini per esercizio abusivo della professione, falso e truffa. All’epoca, l’Asl aveva annunciato iniziative per chiarire le responsabilità e verificare come fosse stato possibile procedere all’assunzione senza accertare adeguatamente i requisiti dichiarati.
La vicenda porta al centro un aspetto essenziale per la sicurezza delle cure: la verifica dei titoli e dell’iscrizione all’Albo non può essere considerata un semplice adempimento amministrativo. È una garanzia per i pazienti e per gli stessi professionisti sanitari, chiamati a lavorare in un sistema nel quale competenze certificate e responsabilità devono essere chiaramente identificabili.
La condanna e il tema della responsabilità
La condanna a tre anni di reclusione era stata pronunciata nel giugno 2026; la pubblicazione delle motivazioni consente ora di approfondire la ricostruzione dei fatti e le valutazioni del giudice. La sentenza è di primo grado: per descrivere la posizione giudiziaria della donna è quindi corretto fare riferimento alla condanna senza presentarla come definitiva.
Nel valutare la capacità di intendere e di volere dell’imputata, il giudice ha escluso un grave deficit delle funzioni cognitive, richiamando la pianificazione e la prosecuzione nel tempo delle condotte. Nel corso della valutazione peritale, la donna avrebbe raccontato di aver inizialmente pensato che lavorare in ospedale non sarebbe stato molto più difficile che prestare servizio in una casa di riposo, per poi rendersi conto di non possedere le competenze necessarie.

