Realtà virtuale contro il dolore: l’intelligenza artificiale studia gli occhi per personalizzare la terapia

E se una terapia digitale fosse in grado di capire quando un esercizio diventa troppo impegnativo e modificarlo in tempo reale? È una delle prospettive aperte dalla ricerca che combina realtà virtuale (VR), intelligenza artificiale ed eye tracking, la tecnologia che registra i movimenti degli occhi e le variazioni della pupilla.

Un gruppo di ricercatori della University of East Anglia, nel Regno Unito, sta studiando come questi segnali possano contribuire a personalizzare le esperienze virtuali destinate alle persone con dolore cronico. L’obiettivo è sviluppare sistemi capaci di adattare le attività proposte al livello di impegno mentale del singolo utente, evitando che diventino troppo difficili o poco coinvolgenti.

I risultati dello studio VR-FOCUS, pubblicato il 14 ottobre 2026 sulla rivista Scientific Reports, rappresentano un primo passo in questa direzione. La ricerca, tuttavia, non ha ancora dimostrato che un sistema di questo tipo sia in grado di ridurre il dolore: ha verificato soprattutto se i segnali oculari possano aiutare a riconoscere quanto una persona sia mentalmente impegnata durante un’attività in realtà virtuale.

Come funziona l’eye tracking

Lo studio ha coinvolto 84 partecipanti, metà dei quali conviveva con dolore muscoloscheletrico cronico, associato a condizioni come artrite e fibromialgia. Indossando un visore dotato di eye tracking, i volontari hanno svolto esercizi di memoria con livelli di difficoltà progressivamente crescenti.

I ricercatori hanno osservato che, con l’aumento della complessità dei compiti, tendevano a modificarsi alcuni parametri oculari: in particolare, il diametro della pupilla e la frequenza dell’ammiccamento, cioè il battito delle palpebre. Questi segnali sono stati analizzati mediante modelli di intelligenza artificiale per verificare se potessero distinguere livelli diversi di carico cognitivo.

Nei partecipanti senza dolore cronico, i modelli migliori hanno raggiunto un’accuratezza compresa tra il 74% e l’88%. Nei volontari con dolore cronico, invece, le prestazioni sono state più basse, tra il 58% e il 65%. Una differenza importante, perché indica che le risposte oculari non possono essere interpretate allo stesso modo in tutte le persone.

L’eye tracking, inoltre, non misura direttamente l’intensità del dolore. In questo esperimento è stato utilizzato per stimare l’impegno mentale richiesto da un’attività. Per capire se un paziente stia provando dolore, quanto sia intenso e come evolva, servono ulteriori valutazioni e strumenti specifici.

Perché la realtà virtuale può aiutare a gestire il dolore

La realtà virtuale viene già studiata come supporto non farmacologico nella gestione del dolore, grazie alla possibilità di immergere la persona in un ambiente digitale e orientarne l’attenzione verso stimoli diversi dal disagio fisico.

Le applicazioni possono includere paesaggi rilassanti, esercizi di respirazione, giochi interattivi e attività guidate. L’immersione può contribuire a ridurre l’attenzione rivolta alla sensazione dolorosa e, in alcuni contesti, a contenere l’ansia legata a procedure mediche o riabilitative.

Una revisione sistematica pubblicata su Pain ha analizzato 23 studi sulla realtà virtuale per il dolore acuto: in 19 sono state osservate riduzioni dell’intensità del dolore nei gruppi che utilizzavano la VR rispetto ai gruppi di confronto. I risultati, però, riguardavano situazioni differenti, come medicazioni, procedure odontoiatriche e percorsi riabilitativi. Non possono quindi essere trasferiti automaticamente a tutte le forme di dolore cronico.

È proprio qui che entra in gioco la personalizzazione. Un’esperienza virtuale efficace per una persona potrebbe risultare poco utile o troppo impegnativa per un’altra. Un sistema capace di adattare difficoltà, stimoli e attività alle risposte individuali potrebbe rendere il trattamento più tollerabile e favorire la partecipazione del paziente.

Dalla ricerca alla terapia: cosa manca ancora

L’idea è arrivare a visori capaci di riconoscere i segnali di sovraccarico mentale e modificare l’esperienza virtuale mentre viene utilizzata: per esempio, semplificando un esercizio quando diventa troppo impegnativo oppure aumentando il coinvolgimento quando l’attività risulta poco stimolante.

Prima di arrivare a un impiego clinico, però, restano diversi passaggi. I risultati ottenuti nelle persone con dolore cronico devono essere migliorati e validati su gruppi più ampi. Sarà inoltre necessario verificare se l’adattamento automatico produca benefici concreti: una diminuzione del dolore percepito, una migliore qualità della vita, una maggiore aderenza alla riabilitazione o una riduzione dell’ansia.

Lo studio VR-FOCUS, infatti, non ha testato una terapia adattiva né misurato un miglioramento dei sintomi. Ha esaminato una possibile componente tecnologica che potrebbe contribuire a svilupparla. Per ora, dunque, la prospettiva è promettente, ma ancora sperimentale.

La realtà virtuale non è destinata a sostituire le cure prescritte, gli analgesici quando necessari o il percorso multidisciplinare per il dolore cronico. Potrebbe, in futuro, affiancarli con strumenti più flessibili e personalizzati.

Articoli correlati

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Ultimi articoli