Microplastiche nel corpo umano: che cosa sappiamo davvero

Le microplastiche sono particelle di materiale plastico generalmente inferiori a cinque millimetri. Le nanoplastiche hanno dimensioni ancora più ridotte e sono particolarmente difficili da rilevare. Queste particelle derivano, tra l’altro, dalla frammentazione di oggetti e imballaggi, dall’usura degli pneumatici e dei tessuti sintetici e da altri processi che disperdono materiali plastici nell’ambiente.

L’esposizione umana può avvenire attraverso l’ingestione di alimenti e acqua e attraverso l’inalazione di particelle presenti nell’aria e nella polvere. La quantità assorbita e il destino delle particelle nell’organismo dipendono da diversi fattori, comprese dimensioni e composizione. Quantificare con precisione l’esposizione individuale rimane complesso, anche perché gli studi utilizzano metodi di rilevazione differenti.

Sangue e tessuti: che cosa hanno trovato i ricercatori

Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 ha esaminato 25 studi condotti su persone viventi, nei quali microplastiche e nanoplastiche erano state ricercate in campioni biologici. I lavori inclusi riportavano rilevamenti in diversi materiali, tra cui sangue, campioni respiratori e feci. Altri studi hanno individuato particelle in tessuti ottenuti in contesti clinici. I risultati indicano che l’esposizione umana è concreta e che alcune particelle possono raggiungere compartimenti interni dell’organismo.

La stessa revisione sottolinea però limiti importanti: differenze tra le tecniche analitiche, possibili errori nella misurazione dell’esposizione e rischio di fattori confondenti. Non tutti gli studi sono direttamente confrontabili e la presenza di particelle in un campione non dimostra, da sola, che abbiano provocato un danno.

Una parte della ricerca indaga il possibile ruolo delle microplastiche nei processi infiammatori, nello stress ossidativo e nelle alterazioni del sistema endocrino o del microbiota intestinale. Alcuni studi osservazionali hanno rilevato associazioni tra la presenza di particelle e determinati marcatori biologici o condizioni cliniche. Queste associazioni sono importanti per orientare la ricerca, ma non dimostrano necessariamente un rapporto di causa ed effetto.

Occorre distinguere, inoltre, gli esperimenti condotti in laboratorio o sugli animali dagli studi sull’uomo. Le condizioni sperimentali, le dosi e le modalità di esposizione possono essere diverse da quelle della vita quotidiana. Al momento non è possibile attribuire alle microplastiche, in modo generalizzato, una specifica malattia sulla sola base della loro rilevazione nell’organismo.

Acqua, alimenti e aria: come limitare l’esposizione

Non esiste un metodo domestico dimostrato per eliminare le microplastiche già presenti nel corpo. È tuttavia ragionevole ridurre la dispersione della plastica e utilizzare correttamente i materiali destinati al contatto con gli alimenti. Per esempio, è opportuno non riscaldare contenitori di plastica se non sono indicati come adatti a tale uso e rispettare le istruzioni dei produttori.

La pulizia regolare degli ambienti e una corretta aerazione possono aiutare a gestire polvere e particelle sospese, senza garantire una riduzione precisa dell’esposizione individuale. Le soluzioni per il trattamento dell’acqua, inoltre, vanno valutate sulla base delle prestazioni documentate per il contaminante specifico: non è corretto attribuire a qualsiasi filtro la capacità di rimuovere tutte le microplastiche.

La questione centrale è comprendere quali particelle raggiungano i tessuti, in quali quantità, per quanto tempo rimangano nell’organismo e se provochino conseguenze cliniche misurabili. Per rispondere servono metodi analitici standardizzati, studi prospettici su popolazioni ampie e valutazioni capaci di tenere conto di altri fattori ambientali e individuali.

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