Pronto soccorso al collasso, da Genova al Salento: perché le ambulanze restano ferme

Ambulanze in coda, pazienti sulle barelle e pronto soccorso saturi. Il caso del Galliera di Genova riaccende una criticità che riguarda ospedali di tutta Italia: il sovraffollamento non nasce solo dagli accessi, ma dalla difficoltà di far uscire rapidamente i pazienti verso i reparti o il territorio.

Dodici ambulanze ferme per ore davanti al pronto soccorso, equipaggi del 118 sottratti temporaneamente al servizio e una parte del territorio potenzialmente meno coperta. È quanto accaduto sabato 26 settembre al Galliera di Genova, dove la Croce Bianca Genovese ha segnalato una situazione di forte congestione.

Alle 18 il pronto soccorso risultava al massimo livello di affollamento sulla piattaforma regionale Ps Live, con 86 pazienti in cura e 28 in attesa. La pubblica assistenza ha parlato di una criticità non episodica, ma di difficoltà che si trascinavano da giorni. La direzione del Galliera ha invece ricondotto l’episodio anche alla concentrazione degli arrivi: dieci ambulanze sarebbero giunte quasi contemporaneamente, dopo una richiesta di rallentamento da parte di altri ospedali cittadini.

Il punto, però, va oltre la ricostruzione di quella singola giornata. Perché ciò che è successo a Genova è una delle manifestazioni più evidenti di una difficoltà che attraversa il sistema dell’emergenza-urgenza italiano.

Il problema non è solo quanti pazienti arrivano

Quando un pronto soccorso è sovraffollato, infatti, non significa necessariamente che siano semplicemente aumentati gli accessi. Una delle criticità centrali è il boarding, cioè la permanenza prolungata in pronto soccorso di pazienti per i quali è già stato deciso il ricovero, ma per i quali non è ancora disponibile un posto letto in reparto.

È questo il punto che trasforma il sovraffollamento in un problema dell’intero ospedale. Se i letti non si liberano, i pazienti restano più a lungo nelle aree di emergenza; se il pronto soccorso non riesce a trasferirli, le barelle rimangono occupate; quando arrivano nuove emergenze, le ambulanze possono essere costrette ad attendere fuori dalla struttura.

Un’indagine FADOI del 2026 mostra quanto il fenomeno sia diffuso: il boarding nei reparti di Medicina interna risulta particolarmente elevato in numerose regioni, con valori del 94% in Sicilia, dell’88% in Lombardia e Puglia, dell’83% nel Lazio e dell’81% in Emilia-Romagna e Campania. In Liguria il fenomeno supera il 50%. I dati riguardano un’indagine sui reparti di Medicina interna e non rappresentano quindi una fotografia di tutti i pronto soccorso italiani, ma mostrano quanto il collo di bottiglia possa trovarsi a valle dell’emergenza.

Dal Galliera al Salento: le ambulanze diventano parte della coda

Che non si tratti di una situazione esclusivamente ligure lo dimostra anche quanto accaduto nelle stesse settimane in Puglia. Il 14 settembre sette ambulanze sono rimaste incolonnate davanti all’ospedale di Copertino, in provincia di Lecce, in attesa di poter consegnare i pazienti al pronto soccorso. A bordo c’erano codici verdi e gialli; la situazione si è sbloccata con l’arrivo di un codice rosso. Un’altra coda di mezzi di soccorso veniva segnalata nello stesso periodo davanti al pronto soccorso di Galatina.

In questo caso il problema indicato dagli operatori era molto concreto: la mancanza di barelle. Quando quelle disponibili sono già occupate, le ambulanze arrivano a svolgere temporaneamente la funzione di spazi di degenza, con il risultato che mezzo ed equipaggio non possono tornare disponibili per una nuova chiamata.

Un meccanismo simile è stato documentato anche in Molise, al Cardarelli di Campobasso: a settembre alcune ambulanze sono rimaste ferme perché il pronto soccorso utilizzava le loro barelle per assistere i pazienti. Una di esse, secondo RaiNews, è rimasta bloccata per oltre dodici ore.

Lazio, il nuovo piano contro le attese infinite

Il tema è arrivato anche al centro del dibattito politico in altre regioni. Nel Lazio il presidente Francesco Rocca ha varato ad agosto un nuovo Piano regionale per la gestione del flusso di ricovero con l’obiettivo dichiarato di ridurre il sovraffollamento dei pronto soccorso. Tra le misure previste ci sono un limite di 30 minuti per la presa in carico al triage, un obiettivo massimo di 12 ore per il trasferimento dal pronto soccorso al reparto e lo stop allo stazionamento prolungato delle ambulanze davanti ai PS. Il piano prevede inoltre il coinvolgimento delle strutture private accreditate quando negli ospedali non siano disponibili posti letto. La lettura di Rocca è che il sovraffollamento non possa essere considerato soltanto un problema del pronto soccorso: secondo il governatore, quello che si vede nell’area dell’emergenza è “l’effetto finale di criticità che si producono altrove”.

Ma il piano ha aperto anche un confronto con i sindacati della dirigenza sanitaria. A settembre diverse organizzazioni mediche hanno espresso “forte preoccupazione”, sostenendo che il rischio sia quello di trasformare strumenti pensati per l’emergenza in un’organizzazione permanente, senza intervenire abbastanza su personale, posti letto e assistenza territoriale. Le sigle hanno chiesto un piano strutturale e una verifica del reale contributo delle strutture territoriali alla riduzione degli accessi impropri.

Anche a Genova il confronto è sui flussi

Il dibattito ligure si muove lungo una direttrice analoga. Dopo l’episodio del Galliera, il capogruppo regionale del Movimento 5 Stelle Stefano Giordano ha chiesto la convocazione della Commissione consiliare per acquisire dati su boarding, tempi di attesa e gestione dei flussi. Giordano ha contestato anche l’idea che il sovraffollamento sia spiegabile soprattutto con i codici bianchi: secondo i dati da lui citati, nei quattro principali pronto soccorso genovesi rappresentavano circa il 2% dei pazienti presenti nella rilevazione. Il consigliere ha inoltre chiesto di conoscere quanti degli accessi registrati dalle Case di Comunità finiscano successivamente in pronto soccorso, per valutare l’effettiva capacità della rete territoriale di intercettare i casi a bassa complessità.

La vera emergenza è fuori dal pronto soccorso

È questa, in definitiva, la questione che accomuna Genova, il Salento, il Molise e il Lazio. Il pronto soccorso è spesso il punto in cui il problema diventa visibile, ma non necessariamente il luogo in cui nasce. A pesare sono la disponibilità di posti letto, la velocità dei ricoveri, le dimissioni, i trasferimenti, la continuità assistenziale sul territorio e la disponibilità di personale e mezzi. Quando uno di questi passaggi rallenta, la pressione si trasferisce sul livello successivo fino ad arrivare all’ambulanza.

Il caso del Galliera, quindi, è la fotografia di un meccanismo che, con modalità diverse, si ripete in diverse aree del Paese. E pone una domanda che va oltre la gestione della singola giornata di emergenza: quanto può reggere un sistema nel quale il pronto soccorso diventa il punto di attesa anche per pazienti che avrebbero già bisogno di un reparto o di una risposta territoriale?

Articoli correlati

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Ultimi articoli