La Monkey Dust, conosciuta anche come “polvere di scimmia”, torna al centro dell’attenzione dopo essere comparsa tra le sostanze consumate durante il festino sfociato nell’omicidio e nel successivo smembramento di un 39enne a Torino. Secondo quanto riferito agli investigatori, nel corso della serata e nei giorni successivi sarebbero state assunte diverse sostanze, tra cui crack, LSD, funghi allucinogeni, cannabis, alcol e MDPHP. Il ruolo delle singole sostanze nella vicenda dovrà però essere stabilito dagli inquirenti.
Che cos’è la Monkey Dust
Il primo elemento da chiarire è che Monkey Dust non identifica necessariamente una singola droga. È un nome utilizzato nel mercato illegale per indicare prodotti che possono contenere diversi catinoni sintetici, una famiglia di nuove sostanze psicoattive prodotte in laboratorio. Tra quelle più frequentemente associate alla denominazione c’è l’MDPHP, una sostanza stimolante del sistema nervoso centrale. Analisi effettuate su campioni venduti come Monkey Dust hanno però rilevato anche altre molecole, tra cui α-PiHP e α-PHP, oltre a caffeina e, in alcuni casi, altre sostanze stupefacenti. Questo significa che chi acquista un prodotto con questo nome non può necessariamente sapere quale sia la sua composizione effettiva.
I catinoni sintetici sono comparsi sul mercato europeo delle droghe soprattutto dagli anni Duemila e sono progettati per produrre effetti stimolanti paragonabili, a seconda della molecola, a quelli di cocaina, anfetamine o MDMA. L’Istituto Superiore di Sanità sottolinea che il mercato delle nuove sostanze psicoattive è in continua trasformazione: nuove molecole possono essere introdotte rapidamente, anche con denominazioni commerciali fuorvianti, rendendo più complessi sia i controlli sia l’identificazione tossicologica.
Allucinazioni, paranoia e alterazioni cardiovascolari
L’MDPHP agisce sui sistemi cerebrali coinvolti nella regolazione di neurotrasmettitori come dopamina e noradrenalina. L’intossicazione può provocare agitazione intensa, tachicardia, aumento della pressione arteriosa, ipertermia, ansia, paranoia, allucinazioni, confusione e delirio. Nei casi più gravi sono state descritte convulsioni, coma e complicanze cardiovascolari e muscolari, tra cui la rabdomiolisi, una condizione caratterizzata dalla distruzione del tessuto muscolare che può compromettere la funzionalità renale.
Gli effetti, tuttavia, non sono uguali per tutti e dipendono dalla molecola effettivamente assunta, dalla quantità, dalle modalità di assunzione e soprattutto dall’eventuale poliassunzione, cioè dall’utilizzo contemporaneo di più droghe o alcol. Proprio quest’ultimo elemento rende particolarmente difficile attribuire a una singola sostanza un determinato comportamento o evento clinico. Il rapporto britannico sui catinoni sintetici evidenzia inoltre che le informazioni disponibili su alcune di queste molecole sono ancora limitate e che non è possibile stabilire, sulla base delle evidenze attuali, una maggiore tossicità di una specifica molecola rispetto a tutte le altre sostanze della stessa famiglia.
Perché le nuove droghe sono difficili da intercettare
Uno dei problemi principali delle nuove sostanze psicoattive è la rapidità con cui cambia il mercato. Una stessa denominazione può indicare prodotti diversi e una sostanza può essere venduta con nomi che non ne rivelano la reale composizione. Inoltre, non tutte le molecole sono immediatamente identificabili attraverso i comuni test tossicologici rapidi: per alcune sono necessarie analisi di laboratorio più sofisticate.
In Italia il monitoraggio delle nuove sostanze psicoattive passa anche attraverso il Sistema Nazionale di Allerta Precoce, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità. L’obiettivo è individuare tempestivamente nuove molecole, prodotti e fenomeni di consumo per consentire alle strutture sanitarie e alle autorità di intervenire. Il problema della Monkey Dust, quindi, si inserisce in un fenomeno più ampio: quello di un mercato delle droghe sempre più frammentato, nel quale la composizione incerta delle sostanze rappresenta di per sé un fattore di rischio.

