Falsi certificati prodotti da medici compiacenti per evitare a immigrati irregolari la reclusiore in Centri per il rimpatrio. Questo l’oggetto dell’indagine della Procura di Ravenna che coinvolge professionisti di Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. A Bologna sette medici sono stati sottoposti a perquisizione, due lavorano al Sant’Orsola. Da quanto emerge, sono quasi tutti infettivologi. Solo uno dei dottori oggetto di perquisizione è iscritto nel registro degli indagati.
È scattata all’alba in diverse città italiane una nuova fase dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Ravenna sulla presunta formazione e il rilascio di certificazioni mediche false destinate, secondo l’ipotesi investigativa, a evitare il trattenimento di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). La Polizia di Stato, con la Squadra mobile di Ravenna, il Servizio centrale operativo di Roma e gli investigatori delle Squadre mobili locali, ha eseguito numerosi decreti di perquisizione personale, domiciliare e informatica nei confronti di ventitré professionisti.
Perquisizioni in nove città
L’attività giudiziaria ha interessato Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. I decreti sono stati emessi dalla Procura ravennate nell’ambito del procedimento che punta a verificare l’eventuale produzione e utilizzazione di certificazioni sanitarie non veritiere.
Stando alle scarse informazioni attualmente disponibili, nella quasi totalità dei casi i medici destinatari delle perquisizioni non risultano iscritti nel registro degli indagati. Le operazioni hanno avuto quindi lo scopo di acquisire documentazione, dispositivi elettronici e altri elementi ritenuti utili agli accertamenti. Il materiale raccolto viene messo a disposizione degli investigatori e dell’autorità giudiziaria che coordina l’inchiesta.
Sette medici coinvolti a Bologna
A Bologna sono sette i medici interessati dalle perquisizioni, tra professionisti attivi nel capoluogo e nell’area di Ferrara. Due lavorano al Policlinico Sant’Orsola e, anche in questo caso, non risultano indagati.
La circostanza è stata confermata dalla direttrice dell’ospedale, Chiara Gibertoni: “Essendo noi per le malattie infettive il riferimento per tutta l’area metropolitana, siamo coinvolti – spiega Gibertoni – sono due colleghe che però, ci tengo a precisare, non sono indagate. Per il resto le informazioni che ho sono pochissime, per cui tenderei a evitare di commentare. Non ho elementi per capire la dinamica, non ho avuto un ritorno dalle colleghe. Ho seguito solo le informazioni di stamattina”.
Le perquisizioni hanno riguardato anche le abitazioni dei professionisti. Una delle mediche del Sant’Orsola è stata sentita in questura dopo l’intervento degli investigatori. I genitori della professionista hanno riferito delle ore trascorse dall’inizio delle operazioni: “È stanca e stressata – spiegano i genitori – è da questa mattina alle 6.30 che è coinvolta in questa cosa. Si è fatta anche sostituire per il turno di notte: doveva attaccare alle 20”.
Il precedente di Ravenna
L’operazione di oggi si collega a un precedente filone investigativo avviato nei mesi scorsi. In quella fase erano stati perquisiti otto medici allora in servizio nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna.
Nei loro confronti l’inchiesta aveva ipotizzato i reati di falso e interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificati considerati falsi dagli investigatori. Per tre dei professionisti era stata disposta, su ordinanza della giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek, l’interdizione dall’esercizio della professione per dieci mesi. Per gli altri era stato disposto il divieto di occuparsi della certificazione medica relativa ai Cpr.
La nuova attività investigativa amplia dunque il perimetro degli accertamenti a professionisti operanti in diverse città italiane. Saranno ora gli elementi raccolti durante le perquisizioni a chiarire l’eventuale esistenza di collegamenti con il precedente filone e il ruolo dei singoli professionisti.
Proteste a Bologna
A Bologna le perquisizioni hanno provocato una mobilitazione di alcuni collettivi e realtà del mondo sanitario. Un sit-in è stato organizzato davanti alla questura di piazza Galilei dal Laboratorio di salute popolare, con la partecipazione anche di Ya Basta.
Durante il presidio, gli organizzatori hanno espresso solidarietà ai medici coinvolti e contestato l’impostazione dell’inchiesta. “Si sono svolti fatti gravissimi all’alba – spiegano gli esponenti del Laboratorio di salute popolare presenti al presidio – nei confronti di alcuni colleghi infettivologi che sono stati perquisiti nelle loro abitazioni e poi portati in Questura. Siamo qui in solidarietà a questi colleghi, ma soprattutto per dire che il nostro ruolo di cura e il ruolo dei sanitari non può essere piegato alle richieste di uno Stato che intende recludere le persone all’interno di questi luoghi che ammalano e che producono morte“.
Il Laboratorio ha richiamato anche il tema della tutela della salute e degli obblighi professionali dei medici: “Tuteliamo la salute”
Nel corso della manifestazione sono state inoltre sollecitate iniziative da parte dell’Ordine dei medici. I promotori hanno annunciato un ulteriore appuntamento per sabato alle 18 in piazza Nettuno, al quale hanno aderito, tra gli altri, Cgil, “Sanitari per Gaza” e “Prometeo”.
La posizione del sindaco
Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Bologna Matteo Lepore, che ha invitato ad attendere gli sviluppi dell’inchiesta e ha espresso fiducia sia nella magistratura sia nel personale sanitario: “Noi sappiamo quello che leggiamo sui giornali, abbiamo fiducia nella magistratura e nel lavoro che deve essere fatto per chiarire questa situazione, così come abbiamo fiducia assoluta nel personale medico-infermieristico della nostra regione, del quale siamo molto orgogliosi”. Quindi, ha concluso, “se la destra ha delle informazioni, è giusto che si rivolga alla Procura”.
Un’inchiesta ancora in corso
Al momento, il dato centrale dell’operazione è rappresentato dalle perquisizioni e dall’acquisizione di materiale investigativo. La circostanza che la maggior parte dei professionisti coinvolti non risulti iscritta nel registro degli indagati impone di distinguere l’attività di ricerca della prova dall’eventuale attribuzione di responsabilità.
Gli accertamenti dovranno stabilire se le certificazioni contestate siano state effettivamente falsificate, in quali circostanze siano state prodotte e utilizzate e se esista un collegamento tra i diversi professionisti coinvolti. Saranno quindi gli sviluppi dell’indagine e le successive valutazioni dell’autorità giudiziaria a definire il quadro della vicenda.

