Il tumore alla prostata rappresenta oggi una delle neoplasie più diffuse nella popolazione maschile. Negli ultimi decenni, tuttavia, il panorama è profondamente cambiato: i progressi diagnostici e l’evoluzione delle terapie hanno trasformato positivamente non solo la prognosi, ma anche la qualità di vita dei pazienti. In questo scenario, la diagnosi precoce e l’introduzione di percorsi sempre più strutturati di sorveglianza attiva e trattamenti personalizzati, hanno portato ad un miglioramento concreto sulla gestione clinica della malattia. Ne abbiamo parlato con il Dott. Carlo Introini – Direttore S.C. di Urologia presso il Galliera di Genova e presidente nazionale dell’Associazione Urologi Italiani (Auro) – che ci ha aiutato a fare il punto su presente e futuro della malattia.
Dottore, oggi grazie allo screening e alla diagnosi precoce, quanto è cambiata la prognosi del tumore alla prostata rispetto al passato?
«La prognosi è cambiata notevolmente e, di pari passo, anche la qualità di vita. La possibilità di effettuare diagnosi precoci, grazie in particolare al PSA — ricordo che 9 tumori alla prostata su 10 vengono individuati mediante questo test — consente di identificare la malattia nelle sue fasi iniziali. Questo permette di definire il miglior iter terapeutico: in alcuni casi, quando il tumore è molto localizzato, può essere sufficiente anche una semplice vigile attesa.
Per quanto riguarda l’aumento dell’incidenza, questo è strettamente correlato anche all’innalzamento dell’età media della popolazione. Ne è un esempio Genova, che è tra le città con la più alta percentuale di anziani nel mondo occidentale. Di pari passo, però, sono cresciute anche le terapie, in particolare quelle più innovative, che stanno dando grandissimi risultati sia in termini di sopravvivenza sia di qualità della vita».
Uno dei temi più discussi è il rischio di sovradiagnosi. Ci sono stati dei passi avanti?
«Fino a circa vent’anni fa si tendeva a operare indistintamente non appena si arrivava a una diagnosi, anche minima, di tumore alla prostata. Oggi, grazie a protocolli scientificamente validati da tempo, utilizziamo la sorveglianza attiva.
Quando la diagnosi — effettuata attraverso PSA, risonanza magnetica e biopsia — individua un tumore a basso rischio, possiamo decidere di seguirlo nel tempo. “Sorveglianza” significa proprio questo, ma “attiva” indica che non si tratta di un atteggiamento passivo: il protocollo prevede controlli strutturati, come una seconda biopsia dopo 12-14 mesi e, se la neoplasia si conferma indolente, una terza biopsia dopo ulteriori 12-18 mesi. Oggi si sta arrivando anche alla possibilità, nei casi più stabili, di seguire il paziente soltanto con PSA e risonanza magnetica».

Quanto pesano età, comorbidità e aggressività della malattia nella definizione del percorso terapeutico?
«Sono fattori fondamentali e strettamente interconnessi. La gravità della malattia e l’età del paziente hanno un peso determinante: lo stesso tumore può avere un significato completamente diverso se diagnosticato in un uomo giovane oppure in un paziente di 70-75 anni, e di conseguenza cambiano anche le scelte terapeutiche.
Tra le comorbidità, il diabete ha un ruolo particolarmente rilevante. I pazienti obesi e diabetici presentano spesso una gestione più complessa della malattia, con implicazioni sia sullo sviluppo biologico del tumore sia sulla risposta alle terapie».
Quali sono oggi le principali opzioni terapeutiche? E cosa ci si aspetta dal futuro?
«Dal punto di vista chirurgico, la chirurgia robotica rappresenta attualmente il gold standard per il trattamento della neoplasia prostatica. Ma enormi progressi sono stati fatti anche nella radioterapia, in particolare con la radioterapia stereotassica, che consente trattamenti sempre più mirati, riducendo al minimo i danni ai tessuti sani.
Sul fronte farmacologico, negli ultimi anni abbiamo già visto risultati importanti con nuovi trattamenti ormonali, di immunoterapia e chemioterapici. Il futuro sarà rappresentato soprattutto dall’utilizzo in combinazione di questi farmaci: ciascuno ha un valore terapeutico significativo, ma anche una potenziale tossicità. Gli studi attualmente in corso si concentrano proprio su questo aspetto, cercando di individuare le combinazioni più efficaci e al tempo stesso meglio tollerate dai pazienti».
Qual è ancora oggi la principale difficoltà nella gestione di questa neoplasia?
«Le difficoltà sono almeno due. La prima è di natura culturale: molti uomini tendono a evitare il controllo urologico, soprattutto in assenza di sintomi. Eppure la grande maggioranza dei tumori della prostata è asintomatica. Le campagne di prevenzione stanno dando qualche risultato, ma c’è ancora molta strada da fare.
La seconda riguarda la complessità della malattia e delle sue terapie. Proprio per questo è fondamentale una gestione multidisciplinare: prima si arriva alla diagnosi e prima il paziente viene preso in carico dal team di specialisti, composto da urologo, oncologo, radioterapista ed eventuali altre figure professionali. Di conseguenza, maggiori saranno le possibilità di ottenere i migliori risultati, in termini di cura e guarigione».

