Conservanti alimentari e tumori: quali destano più preoccupazione

Dal sorbato di potassio presente in formaggi e prodotti da forno, ai solfiti usati nel vino e nella frutta secca, fino a nitriti e nitrati impiegati nei salumi e nelle carni lavorate. I conservanti alimentari fanno parte della nostra alimentazione quotidiana: servono ad allungare la vita dei prodotti confezionati e a mantenerne l’aspetto. Ma sul loro impatto sulla salute continua il dibattito.

Lo studio francese sui conservanti

A riaccenderlo è uno studio francese pubblicato su The BMJ, che ha seguito oltre 105mila adulti per più di sette anni, individuando un’associazione tra il consumo di alcuni additivi e un aumento, seppur contenuto, del rischio di sviluppare tumori.

I ricercatori hanno analizzato 17 conservanti diversi, includendo sia quelli con funzione antimicrobica sia quelli che rallentano i processi di ossidazione. Durante il periodo di osservazione – circa sette anni e mezzo – 4.226 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di cancro: 1.208 al seno, 508 alla prostata, 352 al colon-retto e 2.158 di altri tipi.

I dati sulla correlazione con tumori

Per 11 dei 17 conservanti esaminati non è emersa alcuna correlazione con l’insorgenza di tumori. Per sei, invece, i dati raccontano una storia diversa. Il sorbato di potassio è risultato associato a un aumento del 14% del rischio complessivo di cancro e del 26% per quello al seno. I solfiti totali a un incremento del 12% del rischio generale. Il nitrito di sodio a un +32% per il tumore alla prostata. Il nitrato di potassio a un +13% complessivo e +22% per il seno. Gli acetati totali a un +15% generale e +25% per il tumore al seno. Anche l’eritorbato di sodio, utilizzato come antiossidante, è stato collegato a una maggiore incidenza di tumori.

Secondo gli autori dello studio, alcuni di questi composti potrebbero interferire con i meccanismi immunitari e infiammatori dell’organismo, creando condizioni favorevoli allo sviluppo della malattia.

Chiarire che si tratta di uno studio osservazionale

Va però chiarito un punto fondamentale: si tratta di uno studio osservazionale, che non consente di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. Tuttavia, i risultati sono in linea con precedenti evidenze sperimentali che avevano già suggerito possibili effetti negativi legati a questi additivi. “Questo studio offre nuovi elementi utili per una futura rivalutazione della sicurezza dei conservanti alimentari da parte delle autorità sanitarie”, scrivono i ricercatori.

La raccomandazione è duplice: da un lato invitano l’industria a ridurre l’uso di conservanti non indispensabili, dall’altro suggeriscono ai consumatori di privilegiare alimenti freschi e poco trasformati. Senza allarmismi. Come ricordano alcuni esperti in un editoriale di accompagnamento, i conservanti hanno anche benefici concreti: aumentano la durata dei cibi e ne riducono i costi. Il problema, piuttosto, è l’impiego massiccio e poco controllato.

Da qui la richiesta di un approccio più equilibrato: limiti più stringenti, etichette più trasparenti e l’obbligo di indicare chiaramente la quantità di additivi presenti nei prodotti.

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