“Mai abbastanza”: il peso del perfezionismo nella vita

Tratti caratteristici del perfezionismo nella vita di tutti i giorni

Ti è mai capitato? Sono le 23.30, domani hai una giornata piena, ma sei ancora davanti al computer a rifinire una presentazione che andava già bene due ore fa. Ti dici che è solo per “fare bella figura”, ma sotto c’è quell’ansia sottile che, se non sarà impeccabile, non sarà sufficiente.

O ancora: il week-end era libero, avresti potuto riposare, leggere o passeggiare. Ma alla fine lo hai passato a sistemare casa e a spuntare to-do list infinite. Perché solo quando sei utile, produttivə, organizzatə ti senti a posto.

Se ti riconosci, forse anche tu hai un coinquilino invisibile: il perfezionismo. Ma non quello che ti stimola, che ti accompagna. Quello che giudica, paralizza, rincorre standard irrealistici e ti fa vivere con la sensazione che “non sei mai abbastanza”.

Spesso se scavi un po’, trovi le sue radici lì: nell’infanzia. Quando ti dicevano frasi come “Se fai così, mamma piange”, “Mi fai arrabbiare”, “Sei bravo solo se ti comporti bene”. Parole piccole, ma potenti. Che ti hanno insegnato — senza volerlo — che l’amore va meritato, che l’errore fa male a chi ami, che essere accettatə dipende da quanto riesci a essere all’altezza.

E allora inizi a trattenere il disordine, la rabbia, il dubbio. Inizi a rincorrere l’immagine della brava bambina, del figlio perfetto, dell’adultə che non delude mai. A vivere come se la tua dignità fosse un premio da conquistare, mai una certezza da sentire.

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Dott.ssa Alice Iacone, Psicologa

Il perfezionismo promette risultati. Ma spesso ti nega la vita.

Questo tratto di personalità può essere pericoloso, infatti, è spesso presente in diverse patologie come la depressione, i comportamenti suicidari, i disturbi alimentari, disturbi d’ansia e disturbi della personalità come ci suggeriscono importanti studi di meta-analisi di Flett, Hewitt, Heisel del 2014.

Il problema non è voler fare bene. È non riuscire a respirare se non ci riesci. È sentirti sbagliatə quando fai un errore su mille azioni. È vivere in una modalità “tutto o niente”: o sei perfettə, o inutile. O riesci in tutto, o lasci perdere. Non c’è via di mezzo, non c’è indulgenza. E intanto, mentre insegui quell’ideale impeccabile, ti perdi il presente. Vivi nel culto dell’efficienza, del controllo, della routine pianificata al minuto. E sotto sotto, coltivi la paura che, se molli un attimo, crollerà tutto. E allora spingi. Sempre.

Intanto, magari sorridi fuori e stringi dentro. Ti occupi di tutti, tranne che di te. Accumuli risultati e consensi, ma ti senti sola con l’ansia addosso. Eppure, la svolta — lenta, concreta, possibile — arriva quando inizi a restare anche quando non sei al massimo. Quando ti concedi di fare una cosa “bene quanto basta”. Quando smetti di pensare che valga solo chi eccelle.

Essere imperfetti non è solo normale. È necessario.

La cura, spesso, non è fare di più. È imparare a rimanere. Anche quando sbagli. Anche quando non piaci. Anche quando non sei funzionale per nessuno. Perché tu non sei amabile perché ce la fai sempre. Sei amabile e basta perché sei tu. Anche se oggi sei stancə, in ritardo, imperfettə. Anche se ti sei fermata. E questo — credimi — è tutto fuorché un fallimento. È il momento esatto in cui inizi a vivere davvero.

Articolo a cura della Dott.ssa Alice Iacone, Psicologa

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