Riconoscere e distinguere gli odori potrebbe offrire informazioni sullo stato delle funzioni cognitive. Il rapporto tra olfatto, gusto e invecchiamento è al centro di uno studio dell’Università di Cagliari, mentre cresce l’interesse scientifico per i disturbi olfattivi come possibili segnali precoci delle malattie neurodegenerative.
Un profumo familiare che diventa difficile da riconoscere, odori che sembrano più deboli o che non si riescono più a distinguere con la stessa facilità. Con l’avanzare dell’età l’olfatto può cambiare, ma la ricerca sta cercando di capire quando questa perdita rappresenti una conseguenza fisiologica dell’invecchiamento e quando, invece, possa fornire informazioni utili sulla salute del cervello.
Olfatto e neuroscienze
L’olfatto è strettamente collegato al cervello. Le molecole odorose attivano specifici neuroni nel naso, che trasmettono il segnale al bulbo olfattivo e successivamente alle aree cerebrali deputate alla sua elaborazione. Alterazioni della capacità olfattiva sono state osservate anche nelle malattie neurodegenerative, in particolare nel Parkinson e nell’Alzheimer. Nel Parkinson, in alcuni casi, possono comparire prima dei caratteristici disturbi motori.
Questo non significa però che perdere l’olfatto equivalga ad avere una malattia neurodegenerativa. Età, infezioni respiratorie, disturbi dei seni nasali, traumi cranici e alcuni farmaci possono produrre alterazioni simili. L’interesse scientifico riguarda quindi la possibilità di utilizzare specifici test olfattivi insieme ad altri parametri per individuare persone da sottoporre ad approfondimenti.
Un utile indizio
Su questo terreno si inserisce il lavoro coordinato da Carla Masala, docente del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Cagliari. Studiare l’olfatto non significa soltanto verificare se una persona percepisce un profumo. I test possono misurare la soglia olfattiva, cioè la concentrazione minima alla quale un odore viene percepito, la capacità di distinguere odori differenti e quella di identificarli correttamente.
Nel 2024 Masala e colleghi hanno confrontato queste componenti con diversi domini cognitivi valutati attraverso il Montreal Cognitive Assessment, test che esplora funzioni come linguaggio, capacità esecutive e abilità visuospaziali. Lo studio ha evidenziato associazioni tra specifiche capacità olfattive e alcune funzioni cognitive, con differenze anche in relazione a sesso ed età. Si tratta tuttavia di correlazioni: non dimostrano che una riduzione dell’olfatto provochi un deterioramento cognitivo né permettono di prevedere con certezza chi svilupperà una malattia.
Il potenziale nello screening
Il vantaggio dei test olfattivi è soprattutto pratico: sono relativamente semplici, poco invasivi e poco costosi. Una crescente quantità di studi sta quindi valutando la disfunzione olfattiva come possibile biomarcatore nelle malattie neurodegenerative. In prospettiva, questi test potrebbero affiancare valutazioni neurologiche, cognitive e altri biomarcatori, contribuendo a identificare più precocemente le persone che meritano ulteriori approfondimenti.
Anche gusto e sistema trigeminale nella ricerca
Il lavoro dell’Università di Cagliari comprende anche gusto e sistema trigeminale, che collaborano con l’olfatto nella percezione degli alimenti e di sensazioni come freschezza, calore o irritazione. Per analizzare queste funzioni vengono impiegati strumenti standardizzati come gli Sniffin’ Sticks, utilizzati per valutare differenti componenti dell’olfatto, e i Taste Strips, strisce contenenti diversi stimoli gustativi.
In uno studio pubblicato nel 2026, il gruppo cagliaritano ha valutato 402 partecipanti di diverse fasce d’età, mettendo in relazione olfatto, percezione dei sapori e capacità cognitive. I risultati hanno mostrato variazioni legate all’età e associazioni tra alcune funzioni sensoriali e cognitive.
Rosmarino e carvi, una pista ancora esplorativa
Lo stesso studio ha approfondito anche la percezione degli oli essenziali di rosmarino e carvi, composti capaci di stimolare sia il sistema olfattivo sia quello trigeminale.
In un sottogruppo di 59 persone, i ricercatori hanno analizzato parametri come intensità percepita, familiarità e piacevolezza degli odori. La percezione di questi stimoli non ha mostrato una riduzione significativa con l’età. Il risultato apre una linea di ricerca interessante, ma non dimostra effetti preventivi o terapeutici contro Alzheimer, Parkinson o declino cognitivo.
Uno strumento in più
Le ricerche condotte a Cagliari confermano l’interesse crescente verso l’olfatto come possibile indicatore dei cambiamenti che accompagnano l’invecchiamento cerebrale. Percepire, distinguere e riconoscere gli odori potrebbe quindi diventare un tassello in più nella valutazione delle funzioni cognitive, accanto agli strumenti già utilizzati in ambito neurologico. Il valore di questi test resta però legato alla loro integrazione con altri parametri clinici e alla conferma attraverso studi più ampi.

