venerdì, Dicembre 5, 2025

Infertilità e tempi lunghi per la cura: in Italia si attendono fino a 5 anni

L’indagine Siru evidenzia lacune nei percorsi di riproduzione assistita

In Italia, le coppie che affrontano difficoltà nel concepimento aspettano mediamente 4-5 anni prima di intraprendere un percorso terapeutico adeguato, che può includere anche la riproduzione assistita.
Lo afferma un’indagine condotta dalla Società Italiana di Riproduzione Umana (Siru) nei centri italiani di riproduzione medicalmente assistita (Rma), in vista del Congresso Nazionale Siru dal titolo Il tempo nella riproduzione che si svolgerà a Verona dall’8 al 10 maggio.

Secondo lo studio, la causa principale del ritardo può essere attribuita alla mancanza di Linee Guida appropriate e dei relativi Percorsi Diagnostici e Terapeutici Assistenziali (Pdta) e, quindi, al fatto che le coppie non riescono ad orientarsi nella ricerca della soluzione.

Mancano linee guida e Pdta: coppie senza orientamento

“Nel nostro Paese è necessaria una riorganizzazione del sistema della riproduzione medicalmente assistita – spiega Antonino Guglielmino, fondatore della Siru – In assenza di linee guida non si riesce a discutere concretamente di Percorsi Diagnostici e Terapeutici Assistenziali (Pdta); questi rappresentano una cintura di protezione sanitaria per le coppie che, a partire dal medico di medicina generale o dal consultorio territoriale già coordinati con i centri di Rma, possono offrire, a seconda delle esigenze della coppia, esami diagnostici e terapie utili per raggiungere velocemente l’obiettivo del concepimento di un figlio”.

Il ritardo nell’accesso ai trattamenti, dunque, non è solo una questione di consapevolezza o scelta personale, ma una vera e propria criticità del sistema sanitario, che non fornisce strumenti concreti per accompagnare la coppia nel percorso riproduttivo.

Tar annulla le Linee Guida Rma: la Siru vince il ricorso

Riguardo alla possibilità di avere a disposizione linee guida appropriate, una recente sentenza del Tar del Lazio, emanata su ricorso delle società scientifiche Siru, Siu, Urop e Cecos Italia, ha annullato le raccomandazioni vincolanti delle Linee Guida ministeriali sulla Riproduzione Medicalmente Assistita (Rma) del marzo 2024 perché non redatte secondo le normative italiane sul Sistema Nazionale delle Linee Guida, stabilito dalla Legge Gelli-Bianco.

Questa decisione riapre il dibattito su una normativa nazionale chiara e condivisa, che possa guidare professionisti e coppie lungo un percorso strutturato, evitando disparità territoriali e tempi di attesa inaccettabili.

Differenze regionali e carenza di strutture pubbliche aggravano il ritardo

Tra le altre problematiche, emergono le profonde differenze regionali nelle normative, la scarsità di centri pubblici accreditati e i lunghi tempi di attesa.
Inoltre, a 8 anni dalla definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) per la Rma, la loro applicazione è ancora disomogenea a livello nazionale, lasciando molte coppie senza un accesso equo e tempestivo alle cure.

L’assenza di uniformità crea un sistema frammentato, in cui il luogo di residenza può determinare l’efficacia o meno del percorso di cura, minando il principio di uguaglianza nell’accesso ai servizi sanitari.

Ritardare i trattamenti sull’infertilità riduce le probabilità di successo

“Dai risultati di uno studio pubblicato su Human Reproduction nel febbraio 2021, emerge come il ritardo dell’avvio della fecondazione in vitro provochi una riduzione delle possibilità di successo – conclude Paola Piomboni, Presidente Siru – Nelle donne di età pari a 36-37, 38-39 e 40-42 anni un ritardo di 6 mesi ridurrebbe le nascite rispettivamente del 5,6%, 9,5% e 11,8%, mentre i valori corrispondenti associati a un ritardo di 12 mesi sono rispettivamente dell’11,9%, 18,8% e 22,4%”.

Il tempo, dunque, è una variabile critica nel trattamento dell’infertilità: ogni mese perso incide significativamente sulle chance di successo, soprattutto nelle donne che hanno già superato i 35 anni.

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