1 donna su 3 ha subito violenza fisica o psicologica nella propria vita. Ma perché è ancora così difficile denunciare?

La violenza di genere in Italia

Ci sono uomini che amano le donne e altri che vogliono possederle, controllarle, manipolarle e che, per ottenere ciò, non esitano a fare ricorso alla violenza.

Il 25 ottobre i casi di femminicidio registrati in Italia nel 2023 hanno raggiunto quota 100 e, da allora, non hanno smesso di aumentare. Un dato allarmante che mostra come la violenza sulle donne sia una piaga dilagante anche nel nostro Paese. Oltre agli episodi che, a causa del loro tragico epilogo, sono arrivati all’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, ci sono moltissime altre storie di abusi e soprusi sommerse, a cui nessuno dà voce.

I dati dell’ultimo anno

Secondo l’Istat, nei primi tre trimestri del 2023 sono state 30.581 le richieste d’aiuto arrivate tra telefonate e messaggi via chat al 1522, la linea nazionale antiviolenza e stalking. Un numero molto preoccupante, soprattutto se confrontato con le 22.553 registrate nel 2022 e le 24.699 del 2021. Nel 47,6% dei casi è la violenza fisica a motivare la richiesta di aiuto. La violenza psicologica è la seconda causa delle chiamate (36,9%). Le violenze riportate sono soprattutto di tipo domestico: nei primi tre trimestri del 2023 il 79,4% delle vittime dichiara che il luogo della violenza è la propria casa. Quasi la metà delle donne abusate, il 44,5%, è madre e di esse il 24,3% ha figli minori. Nel 57,1% dei casi anche i figli hanno assistito alla violenza e il 25,8% l’ha subita in prima persona.

Dai racconti raccolti dagli operatori emerge che la maggior parte delle vittime sceglie di non denunciare la violenza subita alle autorità competenti. Solo 1.311 donne, il 15,8% di coloro che hanno contattato l’1522 nel 2023, hanno sporto denuncia.
C’è, quindi, una persistente resistenza a denunciare: il 59,4% delle vittime dichiara, infatti, di non aver denunciato anche se la violenza è perpetrata da anni.

Donne vittime di violenza: perché è così importante e, al contempo, difficile denunciare?

“Denunciare significa dover affrontare la verità dolorosa di quanto vissuto, cosa molto difficile da fare. Sono, infatti, molteplici le paure e le preoccupazioni che frenano chi subisce violenza e i motivi per cui le donne spesso non denunciano sono vari e complessi. Può esserci il timore di denunciare per paura della reazione dell’aggressore e di subire ritorsioni, ma anche l’ansia legata allo stigma sociale, la preoccupazione del giudizio o di non essere creduta, la vergogna e il senso di colpa. Alcune donne, invece, non denunciano per paura di compromettere il contesto familiare o perché non sono finanziariamente autonome e non saprebbero dove altro andare. Anche i meccanismi psicologici di difesa che spesso si innescano nelle vittime di violenza di genere possono, a volte, costituire un freno”, ha commentato la Dott.ssa Valeria Fiorenza Perris, Psicoterapeuta e Clinical Director del servizio di psicologia online Unobravo.

Quando la mente protegge se stessa: i meccanismi psicologici di difesa

“I meccanismi di difesa psicologici sono risposte automatiche e inconsce che la nostra mente mette in atto per proteggersi di fronte a situazioni stressanti o minacciose. Spesso sono risposte apprese durante l’infanzia, quando ci si è trovati a fronteggiare situazioni difficili e a provare emozioni intense come paura, orrore o impotenza, da cui non era possibile sottrarsi. Questi meccanismi possono persistere anche in età adulta e attivarsi nuovamente in situazioni in cui si percepisce un pericolo, come accade in un’aggressione o un episodio di violenza. Sebbene abbiano una funzione protettiva e difensiva, non sempre queste risposte producono effetti positivi sul benessere della persona, come, ad esempio, nel caso della violenza di genere. Non è, infatti, raro che le donne vittime di violenza attivino dei meccanismi di difesa psicologici come risposta innata ai traumi e allo stress causati dai soprusi subiti. Attraverso la negazione, la dissociazione, la razionalizzazione e altre strategie di coping, le vittime possono essere portate a minimizzare il trauma, alleviare il dolore emotivo, preservare l’autostima e proteggersi dalla vergogna associata alla violenza. Prendere consapevolezza delle proprie difese, riconoscendole, identificando da dove hanno avuto origine e comprendendo il loro funzionamento, è fondamentale per poter interrompere il ciclo della violenza”, ha spiegato la Dottoressa.

Tipi di meccanismi di difesa psicologici

  • Negazione. La negazione consiste nel proteggersi da una situazione traumatica evitando di guardarla e mettendo da parte o eclissando gli aspetti dolorosi e insostenibili della realtà.
  • Evitamento. L’evitamento indica l’impossibilità di confrontarsi con un’esperienza traumatica. Nel raccontare le violenze subite, le donne che attuano questo meccanismo tendono spesso a perdersi in dettagli superflui, mantenendo una certa distanza dal problema principale.
  • Dissociazione e depersonalizzazione. La dissociazione è una strategia difensiva che aiuta a distanziarsi da una situazione intollerabile, in cui non c’è altra via d’uscita per sottrarsi alla violenza.
  • Minimizzazione. La minimizzazione consiste nel sottostimare e minimizzare gli atti violenti, considerandoli meno gravi di quanto siano in realtà.
  • Razionalizzazione. Tale meccanismo consiste in una giustificazione razionale del comportamento dell’aggressore da parte della vittima che, in questo modo, tenta di gestire e tenere a distanza le proprie emozioni.
  • Idealizzazione. Idealizzare qualcuno significa concentrarsi sulle sue qualità positive, ignorandone i difetti. Questo meccanismo può far sì che la donna si focalizzi esclusivamente sui momenti positivi trascorsi col partner, bloccando l’accesso alle memorie traumatiche.

“I meccanismi di difesa utilizzati dalle vittime di violenza possono essere il riflesso del contesto sociale o familiare in cui esse si trovano a vivere. Può accadere, infatti, che le donne che chiedono aiuto, invece di ricevere comprensione e supporto, si trovino a scontrarsi con un muro di indifferenza, biasimo e giustificazioni. Ciò può contribuire a minarne l’autostima e a consolidarne il senso di impotenza appresa, sfiducia e ambivalenza, portandole, così, inevitabilmente a oscillare tra il pensiero di andare via e l’idea contrastante che restare e resistere porterà a un cambiamento”, ha proseguito la Dott.ssa Perris.

Dalla violenza si esce: la psicoterapia a supporto delle donne vittime di abusi

“Prendere consapevolezza di essere vittime di violenza non è semplice e decidere di reagire, anche con una denuncia, può costituire una sfida ancora più grande. La terapia psicologica può rappresentare un primo passo: potersi esprimere liberamente, in uno spazio sicuro, riservato e privo di giudizio, sentendosi ascoltate e accolte è, infatti, un passaggio chiave per poter prendere maggiore coscienza di sé e dei soprusi subiti. Inoltre, il ciclo della violenza espone coloro che ne sono vittime a molteplici fattori di rischio. Alcune donne, a seguito delle aggressioni vissute, potrebbero sviluppare disturbi da stress post-traumatico, che necessitano di cure e interventi specifici. Tra i compiti del terapeuta ci sarà anche quello di aiutare la donna a riconoscere i comportamenti violenti e a comprendere tutti quei meccanismi, incluse le difese psicologiche, che possono intrappolarla in una relazione abusante. Sarà poi importante individuare e rafforzare le risorse personali e quelle presenti nell’ambiente, indirizzando la paziente verso servizi locali specializzati nella gestione della violenza di genere. Infine, è essenziale che la donna si senta accompagnata, sostenuta e supportata nel processo di allontanamento dall’aggressore. La terapia, infatti, oltre al supporto emotivo, può fornire anche strumenti pratici e risorse che contribuiscono a far sì che la donna riacquisisca pian piano il controllo della propria vita, elaborando i vissuti traumatici, riconquistando la propria autostima, ma soprattutto la capacità di curare e amare sé stessa. Infine, è importante ribadire il messaggio che dalla violenza è possibile uscire. Con il tempo e gli aiuti adeguati, ogni donna vittima di violenza può a riscoprire il proprio valore e costruire un percorso di rinascita dopo l’esperienza traumatica della violenza”, ha dichiarato la Dott.ssa Perris.

Cosa fare se si è vittime di violenza

Anche una volta presa coscienza di essere state vittime di violenze fisiche o psicologiche, sono molte coloro che sono restie a chiedere aiuto o non sanno a chi rivolgersi. La tempestività dell’intervento e della denuncia, però, può essere salvifica. Le donne vittime di abusi possono trovare supporto al numero antiviolenza e stalking 1522, gratuito e attivo 24h su 24. A seguito della richiesta di aiuto, si può venire affidate a un centro antiviolenza nella propria città. La presa in carico prevede un accompagnamento psicologico, un supporto medico e giudiziario. I costi giudiziari sono a libero patrocinio: non sostenuti dalla vittima, ma dallo Stato. Anche in caso di ricovero presso strutture sanitarie e di alloggio in case-famiglia, le donne abusate sono difese in modo totalmente gratuito.

Come aiutare una donna vittima di violenza?

“Per prima cosa è essenziale sospendere ogni forma di giudizio e mostrare, invece, ascolto e comprensione. L’istinto di chi osserva dall’esterno è spesso quello di voler offrire un aiuto immediato, incoraggiando la vittima a uscire quanto prima dalla relazione violenta. Purtroppo, questo approccio può risultare fallimentare e generare frustrazione e senso di impotenza sia nella vittima che nella persona che ha offerto il suo aiuto. È importante comprendere che le vittime di violenza necessitano spesso di tempo, sia per prendere consapevolezza della situazione che stanno vivendo, sia per contrastarla . L’aiuto più prezioso che possiamo dare è essere presenti e mostrarci come un punto di riferimento, pronti a intervenire al momento giusto”, ha concluso la Dott.ssa Valeria Fiorenza Perris.

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