È una terapia salvavita per milioni di persone, ma ha un’impronta ambientale significativa: una seduta di emodialisi può richiedere circa 476 litri d’acqua e oltre 12 kWh di energia. La nefrologia studia come ridurre consumi, emissioni e rifiuti senza compromettere la sicurezza dei pazienti.
Una terapia indispensabile, ma ad alto consumo di risorse
Per chi soffre di insufficienza renale avanzata, l’emodialisi è un appuntamento indispensabile: generalmente tre sedute alla settimana, ciascuna di circa quattro ore. La macchina depura il sangue eliminando le sostanze di scarto e l’acqua in eccesso che i reni non riescono più a espellere.
È una terapia salvavita, ma richiede un notevole impiego di risorse. L’acqua deve essere trattata per raggiungere elevati standard di purezza, le apparecchiature funzionano per diverse ore e ogni seduta utilizza materiali monouso, come filtri, tubi e aghi.
La cosiddetta green nephrology studia proprio come ridurre l’impatto ambientale delle cure nefrologiche. Uno studio multicentrico pubblicato nel 2025 su Clinical Kidney Journal, che ha analizzato oltre 900mila sedute in 20 centri dialisi, ha misurato consumi idrici ed energetici e produzione di rifiuti, evidenziando differenze importanti tra le strutture.
Quasi 500 litri d’acqua per trattamento
Secondo lo studio, una seduta di emodialisi richiede in media 476,5 litri d’acqua, con valori che variano sensibilmente in base agli impianti utilizzati.
L’acqua della rete non può essere impiegata direttamente: deve passare attraverso un sistema di trattamento, generalmente basato sull’osmosi inversa, che elimina sali, contaminanti e sostanze potenzialmente pericolose.
Una parte dell’acqua in ingresso viene però separata e scaricata durante il processo di depurazione. È la cosiddetta reject water, che in alcuni impianti tradizionali può rappresentare una quota consistente del consumo complessivo.
Considerando tre sedute settimanali per un anno, il consumo medio supera i 74mila litri per paziente. Un dato che evidenzia quanto sia importante migliorare l’efficienza degli impianti, soprattutto nelle aree dove la disponibilità idrica è limitata.
Energia e rifiuti: l’altra faccia della dialisi
L’impatto ambientale non riguarda soltanto l’acqua. Secondo la stessa ricerca, il consumo energetico medio è pari a 12,6 kWh per seduta: per un paziente sottoposto a 156 trattamenti all’anno significa oltre 1.960 kWh.
A questo si aggiunge la produzione di rifiuti sanitari e materiali monouso, tra cui filtri, circuiti ematici e contenitori dei concentrati utilizzati per preparare il liquido di dialisi.
Uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Nephrology, condotto in quattro centri europei, ha analizzato anche le emissioni legate agli spostamenti di pazienti e personale, al trasporto dei materiali e allo smaltimento dei rifiuti. L’impronta climatica complessiva è risultata molto variabile, da circa 1,8 a 4,9 tonnellate di CO₂ equivalente per paziente all’anno.
Questo significa che la sostenibilità dipende anche dall’organizzazione del servizio: la distanza da percorrere per raggiungere il centro dialisi può incidere in modo significativo sull’impatto ambientale complessivo.
Una delle strategie più promettenti consiste nel recuperare l’acqua di scarto prodotta dagli impianti a osmosi inversa. Quando le caratteristiche qualitative e le norme lo consentono, può essere riutilizzata per lo scarico dei servizi igienici, la pulizia degli ambienti o altri impieghi tecnici della struttura.
Si può inoltre intervenire sull’efficienza degli impianti di trattamento e sulla regolazione del flusso del liquido di dialisi. Alcuni studi hanno evidenziato che ridurre il flusso da 500 a 300 millilitri al minuto può consentire di risparmiare circa 48 litri per seduta, purché il cambiamento sia valutato dal nefrologo e non comprometta l’efficacia del trattamento.
Sul fronte energetico, le soluzioni comprendono apparecchiature più efficienti e l’impiego di fonti rinnovabili, come il fotovoltaico. Anche la riduzione degli imballaggi e una gestione più attenta dei materiali possono contribuire a limitare i rifiuti.
La terapia resta insostituibile per moltissime persone. La nefrologia del futuro dovrà renderla sempre più efficiente, riducendo sprechi ed emissioni senza rinunciare alla qualità e alla dignità dell’assistenza.

