Sedentarietà in Italia: un italiano su tre non fa sport e al SSN costa 6,7 miliardi

L’inattività fisica nel nostro Paese si conferma un’emergenza strutturale che pesa non solo sulla salute dei cittadini, ma anche sulla sostenibilità del sistema economico e sanitario. Secondo le rilevazioni Istat, il 30,8% della popolazione italiana, ovvero più di 17 milioni di persone, dichiara di non praticare alcuna attività fisica nel tempo libero. Una pigrizia diffusa che si traduce in un costo di 6,7 miliardi di euro all’anno, tra spese mediche dirette, perdite di produttività e gestione delle patologie croniche correlate. Di fronte a questo scenario, gli esperti sottolineano l’urgenza di promuovere una vera e propria cultura del movimento che integri prevenzione, sport e sanità.

I costi economici e sanitari dell’inattività fisica in Italia

I dati evidenziati da Issa Europe (International Sports Sciences Association) e basati sull’ultimo report TEHA stimano l’impatto economico della sedentarietà in circa 6,7 miliardi di euro complessivi. Oltre un terzo degli italiani non svolge alcun tipo di esercizio fisico e quasi la metà della popolazione adulta (46,4%) risulta in eccesso di peso, mentre tra i minori dai 3 ai 17 anni oltre un quarto è in sovrappeso o obeso. Mancare gli obiettivi di movimento indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè almeno 150 minuti a settimana di attività moderata o 75 di attività intensa, espone a un rischio nettamente maggiore di sviluppare patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ipertensione e malattie metaboliche.

Oltre i farmaci: promuovere il movimento come investimento sulla salute

Per invertire la rotta non bastano iniziative isolate, ma serve un’azione sinergica capace di coinvolgere istituzioni, scuole, aziende e, soprattutto, gli operatori del settore sanitario e sportivo. Come sottolineato dai vertici di Issa Europe, promuovere l’esercizio fisico regolare rappresenta oggi uno degli investimenti più efficaci per contenere la spesa sanitaria pubblica e migliorare la qualità della vita. Riconoscere l’attività motoria come strumento di prevenzione primaria significa ridurre il peso delle patologie croniche, alleggerire le liste d’attesa e costruire una rete integrata in cui medici e professionisti del movimento lavorino insieme per il benessere della comunità.

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