West Nile in Italia: 312 casi e nuovi contagi a Chieti e Oristano. Sintomi, trasmissione e soggetti a rischio

La circolazione del West Nile Virus (WNV) in Italia continua a richiedere attenzione da parte delle autorità sanitarie. L’ultimo report della sorveglianza epidemiologica dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) scatta una fotografia chiara della situazione: dal principio dell’anno sono stati registrati 312 casi confermati nell’uomo e 13 decessi. Tra le segnalazioni più recenti figurano il primo caso umano accertato in provincia di Chieti – una donna di 75 anni ricoverata con complicanze neurologiche – e un nuovo ricovero nell’Oristanese, area in cui le infezioni salgono a 19.

Sebbene il totale nazionale mostri un andamento leggermente inferiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (quando si contavano 351 contagi e 22 decessi), la distribuzione geografica del patogeno risulta più estesa, toccando 60 province in 16 Regioni. Comprendere la modalità di trasmissione, saper riconoscere le manifestazioni cliniche e individuare i soggetti più vulnerabili rappresenta il primo strumento di prevenzione per la tutela della salute pubblica.

Come si trasmette la febbre del Nilo: il ruolo della zanzara comune

A differenza di altre malattie infettive, la Febbre del Nilo non si trasmette direttamente da persona a persona attraverso i normali contatti interpersonali, né per via aerea o casuale.

Il serbatoio naturale del virus è rappresentato dagli uccelli selvatici. L’infezione viene veicolata all’uomo e ad altri mammiferi (come i cavalli) quasi esclusivamente tramite la puntura di zanzare infette, in particolare del genere Culex (la comune zanzara strictly notturna). Quando l’insetto punge un volatile viremico, assorbe il patogeno e lo inocula nei successivi ospiti. L’uomo e i mammiferi sono considerati “ospiti a fondo cieco”: la concentrazione virale nel loro sangue non è sufficiente a infettare altre zanzare, interrompendo così la catena epidemiologica. Rare eccezioni di trasmissione diretta riguardano esclusivamente le trasfusioni di sangue, i trapianti d’organo o il passaggio verticale madre-feto durante la gravidanza, ambiti nei quali il sistema sanitario applica rigidi protocolli di screening.

Sintomi e forme cliniche: dall’asintomatico ai rischi neurologici

Nella grande maggioranza dei casi l’infezione da West Nile decorre in modo del tutto innocuo, ma la risposta dell’organismo può variare sensibilmente lungo uno spettro di gravità clinica ben definito. Circa l’ottanta per cento delle persone colpite sviluppa una forma del tutto asintomatica, senza manifestare alcun disturbo; in questi frangenti, la diagnosi avviene spesso in modo casuale, grazie ai controlli di routine svolti sui donatori di sangue.

Nel restante venti per cento dei casi, l’infezione si palesa sotto forma di classica Febbre di West Nile. Dopo un periodo di incubazione compreso tra i 2 e i 14 giorni, il paziente avverte sintomi simili a quelli di una sindrome influenzale, con febbre improvvisa, cefalea, dolori muscolari e articolari, nausea o lievi eruzioni cutanee, che tendono a risolversi spontaneamente in pochi giorni. La quota più critica, pur rappresentando meno dell’uno per cento del totale, riguarda le forme neuro-invasive. In queste circostanze il virus riesce a superare la barriera emato-encefalica causando manifestazioni severe come meningiti, encefaliti o paralisi flaccide; tra i casi attualmente monitorati in Italia, circa la metà è evoluta proprio in questa variante manifesta, caratterizzata da febbre alta, rigidità nucale, tremori e disorientamento.

Chi rischia di più e quali sono le categorie vulnerabili

Sebbene chiunque venga punto da una zanzara infetta possa contrarre il virus, la probabilità di sviluppare un quadro clinico severo o potenzialmente letale non è distribuita in modo omogeneo nella popolazione. L’età avanzata rappresenta uno dei principali fattori di vulnerabilità: negli over 65, infatti, la fisiologica risposta immunitaria meno reattiva espone il sistema nervoso centrale a un maggior rischio di penetrazione del virus.

Accanto alla fascia senile, figurano i soggetti immunocompromessi, tra cui pazienti in terapia oncologica, trapiantati o persone affette da patologie autoimmuni, i quali incontrano fisiologiche difficoltà nel contenere la replicazione virale primaria. Infine, la presenza di patologie croniche pregresse quali diabete, ipertensione, disturbi cardiovascolari o insufficienza renale, contribuisce in modo determinante a complicare il quadro clinico complessivo, aumentando significativamente il rischio di ospedalizzazione e complicanze permanenti.

Misure di prevenzione e profilassi: come proteggersi dalle punture

In assenza di un vaccino specifico o di terapie antivirali mirate per l’essere umano – la gestione medica resta infatti prevalentemente sintomatica e di supporto – la prevenzione individuale e la gestione ambientale costituiscono la prima vera barriera di difesa contro la diffusione del virus. A livello personale, la profilassi si basa sull’impiego costante di repellenti cutanei registrati a base di principi attivi riconosciuti (come DEET o Icaridina), sull’uso di abiti chiari a maniche e pantaloni lunghi durante le ore serali e sull’installazione di zanzariere alle finestre.

Parallelamente, risulta cruciale la lotta alla proliferazione del vettore negli spazi abitativi. La misura più efficace consiste nell’eliminare sistematicamente i piccoli ristagni d’acqua nei sottovasi, nei recipienti da giardino e nei fusti, dove i ditteri tendono a depositare le uova, integrando queste buone pratiche con l’uso regolare di prodotti larvicidi nei tombini privati. A completare il dispositivo di tutela intervengono infine le ASL territoriali, costantemente impegnate nell’attivazione di disinfestazioni straordinarie e indagini epidemiologiche tempestive non appena viene riscontrata la presenza del virus nell’avifauna, nei vettori o nei primi casi umani.

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