Molte donne vivono la realizzazione professionale e la maternità come esperienze incompatibili. La soluzione spesso diviene la sofferta castrazione di una delle due parti. Rifletteremo insieme su alcuni aspetti che riguardano trasversalmente il mondo femminile nei giorni odierni.

Diventare madre oggi

La decisione di avere un figlio si inserisce in uno scenario complesso, con caratteristiche diverse rispetto al passato.

Fare famiglia diviene illusoriamente il coronamento della realizzazione personale.

La procreazione si configura come una decisione ragionata da subordinare ai tempi del raggiungimento di un’autonomia lavorativa ed economica.

Si ricerca comprensibilmente una stabilità, una condizione sicura, in cui l’affermazione di sé è la premessa indispensabile per mettere al mondo un figlio.

La posizione femminile precaria

I mutamenti psicosociali e la nuova posizione della donna nella società vedono il passaggio da un modello in cui la funzione materna era totalizzante ad un modello di mamma – donna lavoratrice. Il rischio è che da un modello strutturato su ruoli chiari e definiti si è traghettati in una realtà confusa dai contorni sfumati e spesso non tutelante per le donne madri.

  • Facebook
  • cinguettare
  • LinkedIn
  • Pinterest

Il mondo lavorativo è scoraggiante, permeato da ideali competitivi di successo, efficienza e indipendenza.

Potersi prendere cura dei propri bisogni affettivi e dei propri progetti personali racchiude implicitamente una potente minaccia, la paura di perdere la posizione che si è faticosamente conquistata, di uscire dai ritmi produttivi che non accettano pause.

Il bambino ideale

Approdare alla maternità come ultima meta di una realizzazione personale rischia, inconsciamente, di investire l’esperienza della genitorialità di un’aspettativa idealizzata.

Il bambino può divenire depositario di aspettative elevate, attribuendogli la funzione di soddisfare le proiezioni genitoriali.

Parallelamente, la madre può sottoporre sé stessa ad un severo giudizio, sperimentando angoscia, frustrazione e senso di colpa, confrontandosi con modelli schiaccianti, supereroici, alienanti.

Il mandato implicito trasmesso a livello transgenerazionale e dai mass media nei confronti delle donne è ancora severamente radicato. La madre viene troppo spesso considerata la prima responsabile dell’accudimento, nonostante i padri siano concretamente e affettivamente più partecipi e coinvolti.

  • Facebook
  • cinguettare
  • LinkedIn
  • Pinterest

Donne a metà

Gli antichi modelli tinti di rosa si riflettono anche sulle donne che scelgono consapevolmente di non avere figli.

Una decisione coraggiosa, spesso non facile, appesantita talvolta dallo sguardo collettivo che considera una donna senza figli incompleta.

In realtà, nella scelta di non avere figli c’è un importante consapevolezza di sé, un profondo senso di amore, rispetto e altruismo.

La rinuncia non è una scelta

Diverso è invece quando le donne si trovano a rinunciare passivamente alla possibilità di diventare madri, o alla propria realizzazione professionale. La rinuncia allontana dalla possibilità di scegliere. Nella scelta c’è un senso di sé stesse, di ciò che si sente, che si pensa e che si desidera, c’è una responsabilità soggettiva.

Nonostante il complesso scenario sociale e lavorativo esiste sempre un’autodeterminazione, non siamo onnipotenti ma neanche totalmente impotenti!

È importante partire da sé e non sentirsi in balia dell’esterno, seppur inevitabilmente ci condiziona, poter sentire di non dover rispondere a ideali disumani.

Non annichilire il proprio essere donna, curare gli spazi personali vitali sono premesse indispensabili per essere delle “madri sufficientemente buone”.

  • Facebook
  • cinguettare
  • LinkedIn
  • Pinterest

Maturare un sentimento di giustizia verso di sé faciliterà la possibilità di imparare a chiedere aiuto e di percepire il lavoro come parte integrante della propria dimensione identitaria, non solo economicamente.

Parallelamente, non assoggettarsi alla logica dominante passivamente è il primo passo per sentire il diritto di prendersi cura dei propri bisogni affettivi: non siamo macchine da produzione ma persone!

Deve essere ripristinato il diritto ad essere umane, che prevede la dimensione privata e quella professionale come complementari e non inconciliabili.

  • Facebook
  • cinguettare
  • LinkedIn
  • Pinterest

  • Facebook
  • cinguettare
  • LinkedIn
  • Pinterest
Dott.ssa Giulia Gregorini, Psicologa e Psicoterapeuta

Articolo a cura della Dott.ssa Giulia Gregorini
(Psicologa – Psicoterapeuta)