Viviamo in un momento storico in cui molte persone e famiglie si trovano a dover affrontare difficoltà economiche gravose. Ciò evidenzia una crisi sociale a livello macroscopico, che inevitabilmente incide sull’equilibrio psicofisico e sul benessere psicologico. La comprensione del mondo emotivo non elude da una connessione imprescindibile con la realtà esterna ma si focalizza sul particolare incontro tra individuo e ambiente. Senza negare, quindi, i problemi concreti che richiedono una risoluzione per la sopravvivenza, in queste righe forniremo degli input di riflessione sulla dimensione lavorativa, ed in particolare sul rapporto delle persone con il lavoro.

Le scelte professionali.

Come per quanto avviene per le scelte affettive, anche le scelte professionali riflettono motivazioni non sono consapevoli ma anche inconsce. Spesso un giovane al termine della scuola superiore può non avere le idee chiare. Per tutti è necessario integrare la dimensione del desiderio al piano di realtà ma in alcuni casi la dimensione del desiderio è inaccessibile e irriconoscibile. Non sempre, la persona, sente, a livello profondo il diritto a potersi interrogare sui propri bisogni e desideri. Indichiamo alcuni degli aspetti che possono ostacolare una scelta sufficientemente consapevole:

  • Un vissuto da “bravo figlio” che ha sentito e imparare di non poter deludere le aspettative altrui.
  • La tendenza all’ipercontrollo e alla razionalizzazione.
  • Legami di eccessiva dipendenza familiare, in cui il proprio vissuto emotivo è confuso con quello degli altri e l’individuazione del proprio sentire appare difficile.
  • Scarsa conoscenza di sé.
  • Basso livello di autostima e autoefficacia.

La sfera lavorativa viene facilmente ascritta alla sfera del dovere. Poter integrare la dimensione del piacere a quella del dovere anche nell’esperienza professionale è fondamentale per la qualità della propria vita. Poter costruire una carriera sufficientemente soddisfacente, richiede, non solo la capacità di stare nella frustrazione e di perseverare verso i propri obiettivi, ma anche un profondo diritto alla crescita e alla serenità. Se razionalmente, la persona aspira al benessere, emotivamente ed inconsciamente possono esserci sentimenti ambivalenti, che è importante riconoscere ed elaborare.

Vita lavorativa e vita privata.

La maggior parte delle persone trascorre molte ore a lavoro. Esiste inevitabilmente una permeabilità tra la sfera lavorativa e la dimensione privata. Se si sta attraversando un periodo di difficoltà personali anche a lavoro si potrà essere meno efficienti e produttivi e viceversa. È importante cercare di porre un confine chiaro e flessibile tra la sfera lavorativa e privata. Limitare le richieste esterne può risultare molto difficile, non solo per ragioni concrete ma perché si teme di deludere le aspettative altrui, di perturbare l’equilibrio relazionale. Molte persone si trovano a dover lavorare anche fuori l’orario prestabilito, alimentando stress e malcontento. Analogamente, l’ipercoinvolgimento lavorativo può sottendere una difesa, una barriera dalla possibilità di ascoltare sé stessi ed affrontare alcuni nodi della vita personale, affettiva e relazionale. Il lavoro in tal caso può svolgere la funzione di antidepressivo e di fuga. È fondamentale prendersi cura di sé, concedersi tempi di riposo e attività ricreative. Analogamente, è auspicabile, poter svolgere una professione sintonica con la propria identità e con le personali inclinazioni. È la consapevolezza di sé la base per riconoscere i propri bisogni e compiere azioni coerenti con il proprio mondo interno.

Percepire il lavoro come una dimensione vitale è alla base della propria serenità.

Il lavoro svolge una funzione nell’equilibrio psicologico ed emotivo fondamentale, è connesso alla percezione di sé, all’identità, al grado di autonomia e realizzazione. Non a caso, il pensionamento può essere un momento molto critico nell’esperienza delle persone. “La vita ha due doni preziosi: la bellezza e la verità. La prima l’ho trovata nel cuore di chi ama e la seconda nella mano di chi lavora. (Khalil Gibran)”.

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Dott.ssa Giulia Gregorini

Psicologa – Psicoterapeuta