Quanto siamo abituati oggi a riconoscere e valorizzare l’importanza delle relazioni?

La mia impressione è che si rischi una deriva narcisistica in cui sin dall’infanzia vengono esaltati miti di autonomia, autoaffermazione e competizione. L’altro diviene una minaccia all’esaltazione di sé, o uno strumento per raggiungere i propri scopi. La centralità del mondo virtuale ha inevitabilmente contribuito a delineare tale tendenza. Ci riferiamo a dinamiche inconsce che sottendono aspetti di fragilità, racchiusi nel sintomo sempre più diffuso: la paura dell’intimità. Se è vero che per costruire una relazione intima sono necessari un buon grado di definizione e consapevolezza di sé, confini chiari e flessibili, è altrettanto vero che è stando in relazione con gli altri che questi aspetti maturano e prendono forma. Non possiamo definire noi stessi senza l’altro, senza lo spazio relazionale. Ciò significa che per esistere un “Noi”, sono necessari un “Io” e un “Tu”. Oggi faremo luce su una dimensione che condiziona fortemente le relazioni interpersonali: l’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva

Gli studiosi Salovey e Mayer (1990) furono i primi a concettualizzare l’intelligenza emotiva, da loro definita come: “la capacità di monitorare le proprie e le altrui emozioni, di differenziarle e di usare tali informazioni per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni”. Daniel Goleman riprese il costrutto rendendolo noto, considerando l’intelligenza emotiva come “la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli altrui, di motivare sé stessi, e di gestire positivamente le proprie emozioni, tanto interiormente quanto nelle relazioni sociali”. Diversi modelli teorici hanno offerto contributi ed approfondimenti sulla dimensione dell’intelligenza emotiva e sui relativi strumenti di indagine e misurazione. In particolare, Goleman ha individuato alcuni aspetti che caratterizzano l’intelligenza emotiva: la consapevolezza di sé; l’autoregolazione (gestione delle proprie risorse e fragilità in riferimento al contesto e agli obiettivi da perseguire); l’abilità sociale; la motivazione (riconoscimento dei pensieri negativi e successiva conversione in pensieri positivi motivanti per sé e per gli altri) e l’empatia. Egli teorizza la presenza di competenze emotive, abilità pratiche trasversali e necessarie per la costruzione di relazioni positive. Secondo l’autore, esiste un “intelligenza emotiva generale” sin dalla nascita, che può essere plasmata dal contesto e dalle esperienze. L’intelligenza emotiva può quindi essere potenziata, agevolando la costruzione delle relazioni interpersonali e la propria crescita.

Verso l’integrità

È importante sottolineare che l’intelligenza emotiva è un ingrediente importante che si integra ad altri aspetti, spesso inconsci e sommersi che subentrano e condizionano la relazione con sé stessi e con gli altri. Spesso le persone vivono conflitti interni di non semplice risoluzione. In ciascuno di noi, inoltre, abita la propria parte bambina, che se ferita e inascoltata rivendicherà visibilità ed attenzioni, auto-sabotando i movimenti di autonomia e crescita. Sarà quindi fondamentale, riconoscere le diverse parti di sé, le difese inconsce, i bisogni irrisolti, per potersi riappropriare di un senso di integrità e soggettività. Se si attribuisce all’altro un eccessivo potere, infatti, si stabiliranno rapporti di dipendenza o si perseguirà la negazione del bisogno dell’altro, l’illusione di bastare a se stessi. Acquisire il timone non significa inseguire un iper – controllo ma compiere il proprio viaggio in contatto profondo con sé stessi ed aperti verso la possibilità di condivisione e compartecipazione, recuperando la sana ed essenziale natura relazionale: l’essere umano non è una monade ma nasce e cresce in una rete di relazioni. Educare sin dall’infanzia all’importanza della consapevolezza di sé e delle relazioni significa tutelare la salute psicologica e prevenire sofferenze e disfunzionalità.

Dott.ssa Giulia Gregorini
Psicologa – Psicoterapeuta

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